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Families - 2007/2010


Le famiglie di Matteo Quinto sono punte di un iceberg, sono bandierine, boe poste ad annunciare la catastrofe. Una catastrofe che potrebbe non avvenire mai. Paradossalmente, a guardar bene, la peggiore delle catastrofi sarebbe proprio l'assenza di una catastrofe che venga a modificare, a smuovere la misera staticità, l'empia rassegnazione, l'infelicità programmatica di queste figure.
Pur essendo di grandi dimensioni e non convenzionalmente incorniciate, queste famiglie possono essere definite "quadretti", quadretti famigliari, appunto. La nudità e la fissità sono la cifra del loro congelamento, dello scatto fotografico che immobilizza anziché immortalare, uno scatto che precede di poco o giunge poco dopo il dramma.
"Non siamo rimasti in mutande", sembrano dirci. "La biancheria intima non ce l'abbiamo proprio". L'intimità è la nostra condanna, un'intimità costretta, artefatta, glaciale. Nella loro nudità si denuncia il vero senso del loro stare insieme: il segno + e il - degli organi sessuali. Stanno insieme per riprodursi, per dare carne alle fabbriche e ai cannoni, ai call center e ai reality show.
Sono i produttori e i prodotti, i riproduttori e i riprodotti. Svolgono con zelo il loro compito. Si aggregano a tale scopo. Eseguono diligentemente le istruzioni. Lo fanno con coscienza o anche senza. Potete chiedere loro tutto, ma per favore non di essere felici.
In questa visione si può ravvisare l'impulso a scardinare il mattone fondamentale della società, la famiglia, ma emerge anche il ritratto della società che su tale mattone si fonda. Da queste famiglie quale società può venire? Una società di esseri nudi, squallidamente esposti nella convinzione di essere coperti dalla loro unione.
C'è un monito in queste immagini, un avvertimento teso a smuovere gli animi sommersi dalle ceneri della società che formano e da cui sono formati, un richiamo estremo alla vita, un'esortazione a farla entrare nuovamente nelle stanze impoverite in cui si pensa di vivere pur essendosene dimenticati il senso.
Ma c'è anche una tenerezza struggente, quella che solo un artista sa manifestare ai suoi simili, la solidarietà di chi non si chiama fuori dal gioco ma cerca di imprimervi una nuova deriva costruttiva.
Chi guarda una di queste famiglie è immediatamente colto dalla forza dell'ironia, una forza che ribalta i significati e induce al rifiuto. Lo spettatore rifiuta con un sorriso o con una risata il ritratto di sé spogliato dalle sovrastrutture che gl'impedivano di guardarsi davvero.
Nel farlo, si guarda.



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