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11.12.2008

Le famiglie di Matteo Quinto sono punte di un iceberg, sono bandierine, boe poste ad annunciare la catastrofe. Una catastrofe che potrebbe non avvenire mai. Paradossalmente, a guardar bene, la peggiore delle catastrofi sarebbe proprio l’assenza di una catastrofe che venga a modificare, a smuovere la misera staticità, l’empia rassegnazione, l’infelicità programmatica di queste figure.
Pur essendo di grandi dimensioni e non convenzionalmente incorniciate, queste famiglie possono essere definite “quadretti”, quadretti famigliari, appunto. La nudità e la fissità sono la cifra del loro congelamento, dello scatto fotografico che immobilizza anziché immortalare, uno scatto che precede di poco o giunge poco dopo il dramma.
“Non siamo rimasti in mutande”, sembrano dirci. “La biancheria intima non ce l’abbiamo proprio”. L’intimità è la nostra condanna, un’intimità costretta, artefatta, glaciale. Nella loro nudità si denuncia il vero senso del loro stare insieme: il segno + e il – degli organi sessuali. Stanno insieme per riprodursi, per dare carne alle fabbriche e ai cannoni, ai call center e ai reality show.
Sono i produttori e i prodotti, i riproduttori e i riprodotti. Svolgono con zelo il loro compito. Si aggregano a tale scopo. Eseguono diligentemente le istruzioni. Lo fanno con coscienza o anche senza. Potete chiedere loro tutto, ma per favore non di essere felici.
In questa visione si può ravvisare l’impulso a scardinare il mattone fondamentale della società, la famiglia, ma emerge anche il ritratto della società che su tale mattone si fonda. Da queste famiglie quale società può venire? Una società di esseri nudi, squallidamente esposti nella convinzione di essere coperti dalla loro unione.
C’è un monito in queste immagini, un avvertimento teso a smuovere gli animi sommersi dalle ceneri della società che formano e da cui sono formati, un richiamo estremo alla vita, un’esortazione a farla entrare nuovamente nelle stanze impoverite in cui si pensa di vivere pur essendosene dimenticati il senso.
Ma c’è anche una tenerezza struggente, quella che solo un artista sa manifestare ai suoi simili, la solidarietà di chi non si chiama fuori dal gioco ma cerca di imprimervi una nuova deriva costruttiva.
Chi guarda una di queste famiglie è immediatamente colto dalla forza dell’ironia, una forza che ribalta i significati e induce al rifiuto. Lo spettatore rifiuta con un sorriso o con una risata il ritratto di sé spogliato dalle sovrastrutture che gl’impedivano di guardarsi davvero. Nel farlo, si guarda.

Marco Ongaro



09.12.2008

“La Natura è troppo bella per te povero mortale: Non di rado si prova questa sensazione, ma talvolta, contemplando intimamente tutto l’umano, la sua grandezza, la sua pienezza, la sua forza e delicata connessione, ho sentito quasi di dover dire in tutta umiltà: Anche l’uomo è troppo bello per l’uomo che contempla... E certo non solo quello morale, ogni uomo.” (F. Nietzsche)

Sono uomini, donne e bambini... famiglie o semplici persone... di ogni genere che con il sottile e personale segno di Matteo Quinto, si distinguono per la loro intensità interiore. Il non finito si pone come stimolo ad immaginare cosa venga dopo... poiché la vita è diversa in ogni individuo. E per quanto ci si possa sforzare di essere uguali, come nei morbidi ritratti della serie "Families", a cogliere la nostra attenzione è la singolare forza espressiva che risiede in ognuno. Il tratto è semplice, delicato, continuo e fedele alla sua stimolante incompletezza. Nell’incompletezza ritroviamo l’elemento dell’irrazionalità, appartenente da sempre come all’uomo (mondo), così all’arte. Di fronte alle “Families” noi spettatori ci rispecchiamo, spogliati del quotidiano abito d’ipocrisia, cercando di ri-trovare quelle che sono le uniche caratteristiche per le quali ci differenziamo... Nudi, i personaggi si muovono confidenti nel loro anonimo spazio, il quale perde importanza, perché l’unica cosa che conta è riflettere su quello che siamo. Un colore, un oggetto, un semplice indumento o un piccolissimo particolare distinguono in ogni ritratto, definite personalità, che portano con loro, il simbolo di una storia. In “Families” l’espressività di due semplicissimi puntini neri ci fa comprendere cosa vogliano dire quegli occhi. E’ qui, credo, una delle forze di questo giovane artista: rendere con così tanta semplicità la bellezza e la complessità allo stesso tempo di questa cosa chiamata umanità. Nel bene. Nel male. Gli uomini. Noi.

Chiara Ronchini



21.11.2008

Dottor Matteo, sono il prof. Aldo Corinni ordinario di Storia e Filosofia, Università di Catania. Mi sono imbattuto casualmente nel suo sito digitando FAMIGLIE per una mia ricerca a corollario di un trattato antropologico che sto pubblicando per i tipi delle edizioni BARBAGALLO di Firenze. Dichiaro subito, a scanso di equivoci, che scrivo questa mail per far pervenire, attraverso il suo sito, la commozione che il ferroviere Tovoskin mi ha prodotto con il racconto delle sue esperienze pur non trovandomi in accordo nè con le sue idee e neppure con l’elogio che il povero ferroviere indirizza alle sue opere. Voglio mettere i puntini sulle i: la famiglia è ben altro da ciò che goffamente lei e il Tovoskin forzatamente portate alla nostra attenzione. Debbo comunque convenire che al racconto suggestivo e patetico del sign. Tovoskin non manca una certa logica involuta che deriva dall’esperienza certamente anomala e perciò stesso ininfluente ai fini di una corretta analisi di un fenomeno millenario che ha informato, forgiandola, la nostra storia e il progresso dei popoli che danno senso compiuto alla stessa esistenza del nostro pianeta. Per converso trovo le sue opere, goffamente naif e, contraddittoriamente, zeppe di riferimenti e citazioni manipolate e visibilmente pretestuose. Annoto, a questo proposito, l’evocazione di certe fissità dei potenti mosaici bizantini senza la loro sontuosità o, ancora, le scene del Beato Angelico che permangono immobili nel tempo della loro spiritualità e nella forma dell’ascesi incontaminata... Quanto siamo lontani, dott. Matteo da tutto questo! Nè tolgono dall’imbarazzo del giudizio taluni sperimentalismi recenti a cui si sentirà forse contiguo quali i vari Picasso, Bacon, Basquiat e consimili. Non voglio tediarla, ma nel salutarla, vorrei esortarla a lavorare ancora per migliorare la sua tecnica pittorica e soprattutto la invito a riflessioni profonde intorno alla famiglia uscendo dall’angustia della sua visione estrema e pessimista che riguarda, forse, una porzione residuale e ininfluente di questo grande fenomeno che ha portato in fin dei conti, lei stesso ad esistere e ad esprimersi!
Non me ne voglia, caro figliolo e buona fortuna!

(testo di Pio Quinto)



17.10.2008

Sono internauta bielo-russo di ex repubblica sovietica. Sono ex studente prete ortodosso in Beresniki, Russia centro-orientale. Nasco nel 1968 in piccolo villaggio di Jamantau vicino Zlatoust nelle prime alture di monti Urali. Famiglia con molti figli io entro piccolo in scuola religiosa con idea di padre contadino di benessere dei preti. Passano 8 anni. Studio bene greco, latino, italiano e francese. Con il colloquio finale con padre superiore penso finalmente ho il sacramento e abilitato nella chiesa e faccio bene alle persone umanamente. Bene tutto il colloquio ma io ho una domanda per tanto tempo in capo. Dico a lui mentre parliamo del sacro matrimonio: "Perdoni, Padre ma è più amore se due amano loro liberi o più amore se con obbligo insolubile?". Dopo tre giorni sono in viaggio in vecchio treno per Zlatoust, cacciato per sempre da tutte scuole religiose di Russia. In sei ore per 300 km di viaggio io chiedo a me perché mia domanda su amore è cattiva quando treno entra in stazione di Perm e vecchia signora sale con piccolo bambino; loro stanno in piedi vicino a grande giovane seduto che mangia pane con formaggio e beve vino in bottiglia grande; lui stà in due posti con suoi pacchi di roba; rutta e è sporco; non importa che c è altri, non vede. Allora passa piccolo ferroviere che parla gentile con grosso giovane; io sono lontano e non sento quali parole ma poi lui con pacchi è in piedi e vecchia e bambino seduti. Sua espressione di viso dolce non mai visto in viso di preti in mia scuola. Io chiedo come essere ferroviere e ora sono ferroviere 20 anni da allora. Così io guardo tante famiglie in viaggio con miei treni e voglio capire come loro amano loro e come sono arrangiati con leggi di stato o di chiesa o di niente. Io sempre penso a fare grandi quadri con famiglie che io vedo sempre e diverse. Ma io non sa dipintare e pensa a quadri poveri con matite e pochi colori, solo schema per mettere a vista loro anima, loro dolore, loro ipocrisia e menzogna e allegria e tutto il falso. Poi vedo tuoi quadri in tuo sito italiano e penso che tu dipinti per me e tutto il quadro che io voglio dipintare è li fatto bene, con giusta espressione, con giusta ironia per il falso. Grazie, signore Matteo! Sono Tovoskin, ferroviere di Zlatoust.

(testo di Pio Quinto)