Familes

Familes

Le famiglie di Matteo Quinto sono punte di un iceberg, sono bandierine, boe poste ad annunciare la catastrofe. Una catastrofe che potrebbe non avvenire mai. Paradossalmente, a guardar bene, la peggiore delle catastrofi sarebbe proprio l'assenza di una catastrofe che venga a modificare, a smuovere la misera staticità, l'empia rassegnazione, l'infelicità programmatica di queste figure.
Pur essendo di grandi dimensioni e non convenzionalmente incorniciate, queste famiglie possono essere definite "quadretti", quadretti famigliari, appunto. La nudità e la fissità sono la cifra del loro congelamento, dello scatto fotografico che immobilizza anziché immortalare, uno scatto che precede di poco o giunge poco dopo il dramma.

"Non siamo rimasti in mutande", sembrano dirci. "La biancheria intima non ce l'abbiamo proprio". L'intimità è la nostra condanna, un'intimità costretta, artefatta, glaciale. Nella loro nudità si denuncia il vero senso del loro stare insieme: il segno + e il - degli organi sessuali. Stanno insieme per riprodursi, per dare carne alle fabbriche e ai cannoni, ai call center e ai reality show.
Sono i produttori e i prodotti, i riproduttori e i riprodotti. Svolgono con zelo il loro compito. Si aggregano a tale scopo. Eseguono diligentemente le istruzioni. Lo fanno con coscienza o anche senza. Potete chiedere loro tutto, ma per favore non di essere felici.
In questa visione si può ravvisare l'impulso a scardinare il mattone fondamentale della società, la famiglia, ma emerge anche il ritratto della società che su tale mattone si fonda. Da queste famiglie quale società può venire? Una società di esseri nudi, squallidamente esposti nella convinzione di essere coperti dalla loro unione.

C'è un monito in queste immagini, un avvertimento teso a smuovere gli animi sommersi dalle ceneri della società che formano e da cui sono formati, un richiamo estremo alla vita, un'esortazione a farla entrare nuovamente nelle stanze impoverite in cui si pensa di vivere pur essendosene dimenticati il senso.
Ma c'è anche una tenerezza struggente, quella che solo un artista sa manifestare ai suoi simili, la solidarietà di chi non si chiama fuori dal gioco ma cerca di imprimervi una nuova deriva costruttiva.
Chi guarda una di queste famiglie è immediatamente colto dalla forza dell'ironia, una forza che ribalta i significati e induce al rifiuto. Lo spettatore rifiuta con un sorriso o con una risata il ritratto di sé spogliato dalle sovrastrutture che gl'impedivano di guardarsi davvero.
Nel farlo, si guarda.

Matteo Quinto’s families are the tips of an iceberg, little flags, buoys set to announce the catastrophe. A catastrophe that may never take place. Paradoxically, upon good observation the worst of the catastrophes would be the lack of a catastrophe that comes to modify, shift the miserable stillness, the cruel resignation, the programmatic unhappiness of these figures.
These families can be defined “little pictures”, little familiar pictures, despite being large in dimension and unconventionally framed. The nudity and the fixity are their freezing code, the photographic set-off that immobilizes rather than immortalizes, a set off that comes just before and arrives just after the drama.

“We aren’t left with just our undergarments” they seem to tell us. “We actually don’t have any on at all”. Intimacy is our condemnation, a constricted, unnatural, glacial intimacy. The real sense of their being together is denounced through their nudity: sing + and – of their sex organs. They stay together to reproduce; to give flesh to factories and cannons, to call centres or reality shows.
They are the producers and the products, the reproducers and the re-products. They carry their duty out with zeal. They join on for this purpose. They execute instructions accurately and they do so with a conscience or without. You can ask them everything but, I prithee, to be happy.
Through this vision it is possible to recognize the impulse to unhinge society’s fundamental brick, the family, but also the emerging portrait of the society founded on this brick. What society can arise from these families? A society of naked human beings, squalidly exposed in their conviction of being covered by their union.

There is a warning in these images aimed at shifting sunken souls from the ashes of the society they shape and are shaped from. An extreme recall to life, an exhortation for life to enter again into the impoverished rooms where one thinks one lives although its sense has been forgotten.
There is also a harrowing tenderness that only an artist can show to his equals, solidarity from someone who does not draw back, but tries to carve out a new constructive flow.
Whoever looks at one of these families, immediately grasps the power of irony, a strength that turns meanings upside down and leads into refusal. With a smile or a laugh, the viewer refuses his own portrait, undressed from the superstructures that prevented his looking at himself. By doing this, he observes himself.

Progetti / Selected works

Solitude2015 acquerelli / watercolors

La luce delle ombre2013 olio su carta / oil on paper

Uomìni2010 acquerelli / watercolors

Family (society) suicide2009 installazione / installation

Families2009 pastelli a olio su carta / oilbars on paper